Cosa ho imparato dalle mie esperienze

9 marzo 2026

Non sono più un ragazzino e non ho fatto una vita avventurosa. Tuttavia, guardandomi indietro, penso di aver fatto delle attività che si cuciono bene insieme. Hanno un senso. O forse voglio solo vederlo io, ma andiamo nel dettaglio:


Sito di infomazione locale

Da ragazzetto, finite le superiori e con internet agli inizi, ho iniziato come tanti a fare siti web del cavolo giusto per capire come si fa.
Poi c’ho preso gusto e ho iniziato a fare un sito di informazione locale dove pubblicavo notizie che mi andavo a cercare o articoli che mi proponevano altre persone.

Cosa ho fatto bene: ho sfruttato il momento d’oro della SEO. Non sono diventato ricco, ma ho alzato due lire per affittare una stanza e uscire dal nido materno. Ho avuto la costanza di portare avanti un progetto per anni, ho conosciuto tanta gente, creato relazioni, gestito le cavolate che puntualmente facevo.

Cosa ho fatto male: ho sottovalutato la delicatezza di certe notizie che andavo a pubblicare (mi sono ritrovato in mezzo a una causa penale che abbiamo stravinto, ma dopo quattro anni di ansia). Non sono riuscito a coinvolgere attivamente altre persone per fare in modo che il sito fosse costantemente aggiornato, sperperando il vantaggio iniziale che avevo nei confronti della concorrenza locale, che al contrario si è subito organizzata ed ha meritatamente tagliato traguardi impensabili.


Allenatore

Contemporaneamente, sempre per alzare due spicci sfruttando le poche competenze che avevo, ho deciso di allenare delle squadre di bambini, nella società in cui giocavo anche io.

Cosa ho fatto bene: in 10 anni ho gestito gruppi di tutte le età, dai bambini di prima elementare agli adulti di sessant’anni, maschi e femmine. Anno dopo anno pensavo di aver trovato il modo di allenare, e puntualmente lo dovevo smontare e ritararmi sulle persone che avevo davanti.
Mi sono goduto gli anni migliori sapendo che mi sarebbero mancati, e ho cercato di svangare quelli peggiori sapendo che prima o poi sarebbero passati. Ho cercato di studiarmi i difetti di quelli che mi allenavano per cercare di non fare gli stessi errori. Ho imparato col tempo che nessuno è indispensabile, che le cose vanno avanti anche senza di me e magari pure meglio di quando c’ero io. Ho iniziato a mettere da parte l’ego.

Cosa ho fatto male: non sapevo dire no. Ci sono stati momenti in cui avevo davanti bambini i cui genitori, sfruttando delle promozioni fin troppo generose, usavano l’allenamento come alternativa conveniente alla baby-sitter. Alcuni avevano anche ritardi cognitivi importanti (purtroppo non scherzo e non esagero) e avrebbero avuto bisogno di un supporto professionale, non un ragazzino di vent’anni alla prima esperienza.

Inoltre, per “proteggere“ i bambini più impreparati da sicure figure di merda della partita, ho ritardato troppo il loro ingresso in campo, limitando la loro esperienza. Ricordo quando un genitore me lo fece notare: rosicai a morte dentro, ma tornato a casa capii che aveva stra‑ragione, anche se il figlio era un cretino vero e l’avrebbero preso a pallate. Ma aveva ragione.


Responsabile della mia area

Sono stato assunto da una piccola agenzia in modo assolutamente informale, gli serviva uno che faceva quello che facevo io e un mio amico mi ha fatto fare un colloquio con il capo al bar, e il giorno dopo ho iniziato.

Non sapevo fare un cazzo.

Ogni giorno pensavo che sarebbe stato l’ultimo.

Oggi mi sgamano”, pensavo.

Anche per questo motivo facevo qualsiasi cosa per fare un po’ di soldi, quindi anche quando mi assunsero (per modo di dire: ero a partita IVA e prendevo tipo 1200 euro LORDI, che comunque, per uno che non sapeva fare un cazzo, erano pure troppi), continuavo ad allenare la sera, e dopo i miei allenamenti facevo siti web per piccole attività che mi passava un ex collega che aveva un bel giro. Persona che tra l’altro saluto: ciao Giulio, ti ricordi che mi devi ancora quei 400 euro? Ti pigliasse un colpetto.

Comunque, durante i primi anni ho sempre cercato di svangarla; poi, appena ho preso un po’ di sicurezza, pranzando al ristorante con un project manager, mi arriva la doccia fredda
Facciamo le cose alla cazzo di cane”, mi dice più o meno velatamente.

Mi fa un esempio stupido ma che mi rimase in mente: se un cliente ti chiede dell’acqua, un conto è portargli la bottiglia e andarsene. Un conto è stapparla e versargli il primo bicchiere. Avevo capito perfettamente cosa voleva dire nel mio lavoro. Da quel giorno, nel mio piccolo, mi cambiò la vita.

Cosa ho fatto bene: ho imparato a dare e pretendere rispetto da tutti, non ho mai cambiato il mio atteggiamento in base alla RAL o al ruolo di chi avevo davanti. E quando qualcuno metteva in copia i capi nelle discussioni in cui pensava di avere ragione, godevo.
Ho ricoperto un piccolo ruolo di responsabilità pur non essendo tecnicamente il migliore, ma perché mi valutarono bravo a organizzare e relazionarmi con le persone. Ho stabilito rapporti trasparenti e rispettosi con tutti. 
Quando questo ruolo mi è stato levato ho rosicato, ma ho avuto la conferma della bontà delle relazioni che avevo con chi mi stava “sotto”, perché non è cambiato niente nel modo in cui ci siamo relazionati prima, durante e dopo la mia “promozione“ e successiva “caduta“.
Riguardo la caduta, anche qua, è servita per capire che è meglio non considerarsi indispensabili. Ho ricominciato quasi da zero, finché qualcun altro non si è accorto di nuovo di me. E poi di nuovo nell’oblio, ma questa volta era diverso, avevo imparato.

Cosa ho fatto male: ho sempre rimandato una formazione “forte“ su certi temi che mi avrebbero dato una spinta incredibile in certi momenti della mia “carriera”. Ci sono buchi che sono rimasti tali, anzi in certi momenti sono diventati voragini che mi hanno divorato proprio nei momenti in cui i pianeti si erano allineati per farmi fare un potenziale salto.


Start-up

C’è stato un momento in cui con alcuni colleghi ci siamo messi in testa di fondare una startup innovativa. Cosa c’era di innovativo? Niente. Era la solita copia di LinkedIn per uno specifico settone, nella fattispecie per le carriere sportive.

Cosa ho fatto bene: quando ho capito che stavamo vendendo fuffa, ho creato la prima presentazione della mia vita in cui ho messo l’anima. Sulla carta ero veramente contento e ci credevo veramente.

Cosa ho fatto male: non ho capito che abbiamo ragionato sulla fuffa per la maggior parte del tempo. Non ho capito che stavamo sprecando risorse finanziarie per fare un prodotto che POTENZIALMENTE poteva andare sulla luna, quando sarebbe bastato 1/100 dello sforzo per fare un prototipo e vedere se poteva funzionare. Sono venuto a patti con persone che avevo pubblicamente mandato a fanculo perché avevano ruoli chiave nel settore in cui dovevamo operare, e porca puttana, è una delle poche cose di cui mi vergogno.
Altra cosa di cui mi vergogno è che, quando ho capito che non saremmo andati da nessuna parte, non l’ho detto chiaramente: ho lasciato che gli altri capissero che non ci credevo più. Alla fine mi hanno anche ridato la mia quota. Ricordo quella telefonata della socia arrabbiata in cui le dissi: “Hai ragione.” Lei non infierì, calcò la mano il giusto, fu perfetta.


L’abbigliamento per neonati

Con i soldi che mi restituirono provai ad avviare un altro progetto: una mini linea di prodotti per neonati, o meglio, volevo creare il prodotto perfetto da regalare quando nasce un bambino.

Cosa ho fatto bene: la parte creativa andò bene, disegnai il personaggio principale e poi mi sono fatto aiutare per creare altri personaggi e declinarli nei vari prodotti. Alcuni prodotti li avevo proprio inventati da zero e fatti fare su commissione. Chi veniva in contatto con i prodotti era realmente entusiasta, la cura dei dettagli era estrema. Mi proposero, a distanza di tempo, anche una collaborazione strutturata con un’azienda che faceva quello di mestiere. Ma ero arrivato alla fine della mia spinta e rifiutai. Non ne volevo più sentir parlare.

Cosa ho fatto male: sulla carta pensavo di aver gestito tutto bene, ma andò una merda. Quindi mi suonarono in mente le parole di un mio amico: “Ma ce l’hai un commerciale? La fai pubblicità?
È incredibile come pensavo che il prodotto sarebbe andato solo perché avevo un sito web e postavo qualcosa sui social. Provai anche uno di quei mercatini di Natale dove ci stanno quattro gatti. E nessuno di quei gatti comprò una ceppa. Che figura.
Un mio amico mi comprò un prodotto e mi disse: “Te queste cose le dovresti regalare per farle vedere in giro, non vendere.” Aveva ragione. “Spedisci qualcosa a qualche influencer!
Ora mi fa ribrezzo solo pensare al mio prodotto in mano alla Ferragnetta di turno di Roma nord che parla in corsivo, ma forse era quella la strada giusta.
Forse è andata bene così.


Giardinaggio

Passano gli anni, lascio perdere tutti i progettini vari perché nel frattempo metto su famiglia e il lavoro si fa serio.

Allora mi butto sul giardinaggio. Ora, capisco che qui sia facilissimo scivolare nella banalità più estrema, con concetti che rimandano al sapere aspettare, seminare per raccogliere, ecc.
Ma non me ne frega un cazzo.

Cosa ho fatto bene: ho capito che se pianto due piantine uguali a un metro una dall’altra, una può crescere divinamente e fare frutti, l’altra può rimanere piccoletta e seccarsi. Basta un metro. Stessa pianta.
E noi siamo come la pianta.
Questo mi fa pensare a concetti troppo complicati e fuori luogo per questo sito, ma mi ha fatto rivalutare completamente il modo in cui “giudico” le persone, il loro operato, la loro vita.

Cosa ho fatto male: tutte le volte che ho cercato la via più facile, è venuta una merda. Punto.

Paternità 

In tutto ciò sono padre e l'unica cosa che ho capito è che l'educazione è come un sistema di debiti e prestiti. Tutto quello che fai di buono e con fatica, ti torna prima o poi indietro con gli interessi. invece le scorciatoie somigliano a un debito, che cresce come una valanga. Nel lavoro è la stessa cosa.