L'importanza del side project
Nella mia vita ci sono stati periodi in cui ho avuto side projects e altri in cui non ho fatto altro che il mio lavoro principale.
Non c'è nemmeno da discutere sull’utilità di avere un side project. Dovrebbe essere obbligatorio. E non perché bisogna alzare due lire in più (sempre nel rispetto del proprio lavoro principale), perché non è quello il punto. Anzi, è l’aspetto meno importante e trascurabile.
Il side project ti dà una spinta centrifuga che ti lancia verso argomenti e problemi nuovi, che a loro volta ti aprono altre porte che lì per lì non ti servono a niente, ma poi arriva il momento in cui, guarda un po’, serve quella competenza e tu ce l’hai già.
Non si tratta per forza di sapere realizzare qualcosa, o di saper usare uno strumento in più: si tratta anche di venire a conoscenza di interi settori di cui, nella migliore delle ipotesi, avevamo solo sentito parlare, e avere la possibilità di sporcarsi le mani. Magari non saremo mai il king di questi nuovi aspetti che scopriamo, ma aggiungiamo nuovi pezzetti al puzzle che, mano a mano, ci danno una visione d’insieme, e questo ha un valore inestimabile, secondo me.
Nel senso, a me sembra che i progetti si inceppino quasi sempre per un motivo: ognuno pensa al suo, o perché se ne frega, o perché non è semplicemente a conoscenza di quello che succede intorno.
E poi parliamo “dell'interesse composto”. Ogni cosa che impari, per qualche motivo che non so giustificare, non vale 1: vale molto di più, perché ti apre porte in modo esponenziale. Porte che sarà comunque difficile aprire, ma che prima non sapevi nemmeno dove fossero e dove portassero.
Insomma, il side project ti violenta, ti obbliga ogni giorno a pentirti di quello che hai scelto volontariamente di fare, ma poi a un certo punto ti sorride, ti fa guardare indietro e, invece di dirti “Guarda com'eri. Guardati come sei: me pari tu’ zio!“, ti farà sentire gonfio di orgoglio per il percorso che hai fatto, e il te stesso di qualche mese prima ti sembrerà tuo zio.