Cosa ho capito lavorando (gratis) per i "piccoli"
Riguardo ai siti web, sono anni che penso che ci sia una fetta di mercato ancora scoperta: artigiani, piccoli negozi, liberi professionisti di ogni tipo.
Non che non abbiano soluzioni a disposizione. Ce le hanno eccome.
Potrebbero anche fare da soli, e qualcuno giustamente lo fa, perchè magari cerca una soluzione economica e immediata, magari arraffazzonata ma funzionante.
Eppure tantissimi non fanno niente.
Nonostante ormai il sito web “base base” sia il proprio il minimo sindacale che ogni attività dovrebbe avere.
Allora mi chiedo:
ha senso pensare a qualcosa proprio per “i piccoli”?
Perché non lo fanno?
Quali sono le loro paure?
Cosa potrei fare io per loro? Per quelli che non vogliono fare da soli, che non hanno voglia o magari hanno giustamente paura. Come potrei comprenderli e guidarli nel modo giusto?
E quanti ne potrei gestire, realisticamente?
2020: il primo esperimento (e la prima sorpresa)
In piena pandemia, chiedo a un mio amico con un negozietto se gli serve una mano per vendere a distanza.
Inizialmente avevo in mente una cosa ridicola, un’oretta di lavoro al massimo.
Poi l’azienda per cui lavoravo ci butta in cassa integrazione per qualche giorno, e decido di approfittarne per imparare qualcosa di nuovo.
Per provare, però, mi serviva un caso reale.
Quindi metto su un mini‑sito: carrello, scelta della consegna, ordine via WhatsApp.
Niente registrazioni, niente fronzoli.
Funziona alla grande.
Gli ha permesso di “svangarla” in un periodo molto particolare.
È lì che mi chiedo:
“Ha senso farlo meglio? Renderlo configurabile? Riutilizzabile?”
Costruire, imparare, sperimentare
Da quel momento uso questo progetto come cavia per ogni esperimento formativo.
Ogni volta che studio qualcosa, lo provo lì sopra.
Sempre gratis.
Io e il mio amico scherzavamo sul fatto che avrei dovuto pagarlo io per l’esperienza.
Dopo un po’ installo una seconda versione per un parente con una pizzeria.
La usa per gli ordini d’asporto.
Anche lì funziona bene.
Qualche mese dopo lo uso pure per un progetto di una scuola.
La piattaforma si dimostra versatile e adattabile a contesti molto diversi.
Il problema più grande?
Niente backend.
Niente pannello admin.
Ogni aggiornamento dovevo farlo a mano, e in modo anche molto scomodo.
Un buco enorme.
Talmente grande che il progetto finisce nel cassetto a morire.
L’AI riapre il cassetto
Poi diventa evidente che, con l’AI, quel progetto posso resuscitarlo davvero.
Quando la mia azienda inizia a parlare seriamente di formazione sull’AI, tiro fuori di nuovo il vecchio progetto e provo a riscriverlo da zero usando le tecnologie del momento.
Funziona.
In pochi giorni ho una nuova versione.
Ma mi accorgo di una cosa importante:
la prima versione l’avevo fatta a mano, capendo ogni singolo pezzo.
Questa invece… l’ho solo supervisionata.
E questa cosa, il fatto che io non capisca più tutto alla perfezione, è qualcosa con cui devo fare i conti.
Il backend: bestemmie, ripartenze e finalmente luce
Il passo successivo è scontato: fare finalmente il backend e l’admin.
Qui inizia una serie infinita di ragionamenti su argomenti che non avevo mai affrontato seriamente.
Non so quante volte ho iniziato e buttato tutto dopo due settimane di lavoro.
Poi piano piano le cose iniziano a girare:
sia perché l’AI migliora, sia perché miglioro io nel chiedere, chiarire, capire cosa stiamo davvero costruendo.
A un certo punto prendo una VPS e ci tiro su backend e admin.
Funziona.
Il sito si aggiorna facilmente e, in teoria, potrebbe farlo chiunque.
Sì, peccato che l’admin fa schifo.
Lo rifaccio.
E per rifarlo devo smontare anche il backend.
Perfetto. Tutta esperienza.
Dopo qualche mese il sito è pronto nella sua interezza, tutto aggiornato, tutto moderno.
Senza l’AI non avrei davvero potuto coprire tutto.
Aggiornamenti e nuovi test (sempre gratis)
Aggiorno subito il sito del mio amico, quello della pandemia, che ormai era diventato ingestibile.
Poi lo faccio provare a un altro amico, un dottore.
Non il target ideale perchè non potevo testare tutta la parte dell'e‑commerce, ma come sito vetrina andava benissimo.
E ora torniamo alla domanda vera: come si lavora con i piccoli?
Premessa: anche questo sito l’ho fatto gratis.
Ecco le mie considerazioni, con tutto il bene del mondo, giuro.
- Il piccolo sa che gli serve visibilità… ma non ha tempo.
- Ti dice che è in crisi perché ha perso clienti… ma non ha tempo.
- Ci mette tre mesi per rifinire un testo che gli hai già preimpostato… perché non ha tempo.
- Alla fine si decide insieme di fare solo il minimo sindacale perché per fare le cose fatte bene ci vuoole troppo tempo.
- E spesso, paradossalmente, anche il minimo sindacale funziona pure bene.
Ribadisco: tutto gratis.
Poi passa un commerciale con una buona parlantina e gli vende qualsiasi cosa inutile, e dopo qualche mese il "piccolo" torna all’idea che “solo il passaparola funziona”.
PS: in questo caso la storia non è finita male perchè alla fine si è fidato, ma ha vacillato.
La domanda finale
E quindi mi domando:
- Ma se questa cosa non fosse un esperimento?
- Se non avessi le spalle coperte da un lavoro vero in un’azienda vera?
- Se da domani il mio lavoro fosse avere a che fare ogni giorno con tanti piccoli…
sarebbe davvero gestibile?
Boh.
Anche perchè ho avuto a che fare con un campione troppo ristretto e a dirla tutta, mi sono soffermato troppo sul dottore e poco sulla proattività del mio amico con il negozietto, che invece ha avuto un atteggiamento super proattivo.
Staremo a vedere.